domenica 25 novembre 2012

LUIGI MARRONE - Project Zero & affetto retroconsole-retrocast13


La verità è che il progresso tecnologico videoludico ha il potere di re-immergere l’anima nel ricordo, ristrutturando l’emozione e infischiandosene del tempo trascorso: é così che la tecnologia soprassiede sul tempo, quando ciò che non è stato permesso un tempo può essere sbattuto in faccia all'utente oggi, bellamente, costringendo il videogiocatore a riformulare la propria avatar-immersione passata, l’emozione registrata nella propria memoria videoludica.

LUIGI MARRONE E LA NUOVA CHIESA DEL VIDEOGIOCO - TRATTO DA OUTCAST N.21

domenica 21 ottobre 2012

Marmaflash Zaro di Luigi Marrone


Marmaflash Zaro di Luigi Marrone

All’inizio Raimond non fu così sicuro vi fosse scritto “Zaro”.
Aveva trovato la porta dell’appartamento di Marcel aperta, aveva bussato più volte e più volte lo aveva chiamato. Non ricevendo alcuna risposta, alla fine era entrato.
Un foglio.

Sul tavolo del soggiorno.
Un foglio zeppo di frasi sul quale campeggiava quell’assurdo titolo: Marmaflash Zaro.
Era la scrittura di Marcel quella lì. L’avrebbe riconosciuta fra mille altre, da lontano. D’istinto cercò di convincersi che l’amico s’era sbagliato, che avesse voluto scrivere “Marmaflash Zero” piuttosto che “Zaro”. Il guaio però era che non aveva la più pallida idea riguardo al significato.
Ordinate in colonna, l’una sotto l’altra, le frasi in elenco si dilungavano a perdifiato.
“Vortica il pollo, veloce e poi piano. Dai colori della notte piovono dolci kayak”.
E più sotto:
“Regalami, o fato, omogeneizzati al canguro. Solo questo ti chiedo, in nome del re ”
E ancora:
“V’apro il mio chiostro, o miei alati cognati. Vi prego, vi supplico! Tuffatevi in me”
D’improvviso Raimond sentì qualcosa perforargli la calma. Fu come una bolla di paura apertasi in gola e nella pancia, che lentamente lo soffocava. Sollevò gli occhi dal foglio e prese a guardarsi attorno sconcertato. Fu a quel punto che avvertì l’orrore d’una certezza, come se un ingranaggio nel meccanismo della ragione gli si fosse inceppato: dopo tutti gli anni d’amicizia con lui, realizzò di non essersi mai reso conto di quanto Marcel fosse mentalmente deviato.
Marcel.
Il suo caro Marcel.
Il suo unico e migliore amico, Marcel Duvinàs.
L’amico con cui da bimbo stava giocando a campana, quando a un isolato di distanza il palazzo dei suoi genitori era esploso.
L’amico grazie al quale era riuscito a smettere d’aver terrore degli alberi, dopo quasi dieci anni d’ipnosi e analisi.
L’amico che proprio in quei giorni lo stava aiutando a re-incollare il cuore spezzato, dopo che quella schifosa di Luise lo aveva scaricato.
Marcel.
Il suo caro Marcel.
Il suo unico e migliore amico, Marcel Duvinàs.
Cominciò ad ansimare di brutto, Raimond. Presto s’accorse che la coscia destra gli aveva preso a tremare, le palpebre a sbattergli frenetiche come farfalle terrorizzate.
Sentì come se la realtà volesse scivolargli fuori dal corpo, la vita sgusciargli via da dentro.
Di colpo si ritrovò ad avvinghiare lo schienale di una sedia, strozzato da un terrore cieco. Artigliò poi i bordi del tavolo, raschiando a fondo il legno prima di raggiungere il carrello dov’era poggiata la tv. La sradicò di peso per trasportarla sino alla parete in fondo, dove la lasciò cadere per gettarsi sul frigorifero. Lo tirò dallo sportello e lo trascinò con sé fino alla stanza da letto, dove mollò la presa per tuffarsi a stringere forte il comodino. Pallido e senza fiato, Raimond si guardò attorno incredulo, sgomento, terrorizzato.
Poi, black out.
Al risveglio realizzò d’essere rannicchiato sotto il letto di Marcel, in posizione fetale. Trascorse alcuni minuti inerte, nel silenzio, ad osservare il pavimento sporco d’uova spaccate, pezzi di verdura tranciati e vetri frantumati. L’aria puzzava di circuiti bruciati.
Strisciò pian piano sino al tavolo del soggiorno, dove s’alzò con fatica per scrutare di nuovo il foglio, pregando iddio d’essersi solo imbattuto in un sogno, in una stupida allucinazione dello sguardo.
“Feodor Garcia III, la nuova vita di un formichiere sellato” lesse.
“Echi mortali nella palestra di Madre Fanny, un nano si tuffa nel cuoio” continuò.
“Ascensori vogliosi sul pianoforte di zia: ecco le nostre più amabili cagne”.
E più su, in cima al foglio, quel maledetto titolo bastardo: Marmaflash Zaro.
“NO, NO, CAZZO! NON PUO’ ESSERE ZARO! NON PUO’ ESSERE ZARO!“ urlò Raimond.
E prese a sbattere cazzotti sul tavolo, tirò calci alle pareti, rovesciò gli oggetti ringhiando e schiumando come un indemoniato. Si schiantò poi contro le mensole, prese a testate il parquet, gridò ferito dal rancore come un animale scannato.
Poi, di colpo, Raimond si bloccò.
Immobile, al centro della stanza, lo sguardo allucinato.
Avanzò dunque verso la finestra in fondo e senza emettere fiato la sfondò con un salto e si gettò di sotto, fuori dal palazzo di Marcel.
Uscì da dietro la porta del bagno lui, mano nella mano con Luise.
La prima cosa che fecero fu trascinare il frigo al suo posto, accertandosi che non fosse andato. Raccolsero la televisione e la portarono in fondo alla stanza, sul carrellino dov’era all’inizio poggiata. Presero poi a pulire il pavimento, raccogliendo i pezzi di vetro sparsi attorno. Li misero dentro una busta, con calma, uno dopo l’altro, facendo attenzione a non tagliarsi.
D’un tratto Marcel alzò gli occhi verso Luise che spazzava. Ammirò quel suo profilo delicato, i lunghi boccoli dorati, la dolce linea delle labbra…
Scosse il capo con un sorriso malsano.
“Cristo. Non credevo avrebbe funzionato” disse.
Fuori s’udivano le prime sirene, mentre i due continuavano a riordinare.
“E comunque era proprio Zaro, amico mio”, si ripeteva Marcel dentro.
“Era Zaro”…
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RACCONTO CANDIDATO AL CONCORSO "Montesilvano scrive 2012,"

lunedì 24 settembre 2012

Ho sempre creduto che il pallino di risultare originale, conturbante o quantomeno non banale, sia per uno scrittore di razza il principio da cui partire per determinare buona parte della sua volontà d'esprimersi.
Ed è esattamente cosi che immagino un professionista all'opera: concentrato nel costante e ideale sforzo necessario a irretire un immaginifico lettore-tipo, un essere ultraesigente sempre pronto a criticare tutto e a uscirsene fuori dicendo cose tipo "E allora? E scritto molto bene, certo, ma nulla di nuovo alla fine".
Mi riferisco ovviamente al piu infido dei lettori, il classico tipo scafato in fatto di letteratura che alla fine chiude il libro notificando d'essere stato si intrattenuto, ma ben cosciente di non esser stato nobilitato di un solo grammo sputato.
A volte, riguardo chi fruisce dei videogiochi, io sento, penso e temo la medesima cosa.
Temo che col tempo un giocatore smaliziato possa tendere a farsi più esigente, scafato e a tal punto sintetizzante da bastargli dieci minuti di tutorial, forse anche meno, per riuscire a intuire dove il tale gioco X voglia andare a parare.
È cosa nota, infatti, che la prolungata frequentazione dei videogiochi, la pratica delle svariate tipologie di garneplay, boss, combo e plot narrativi sottesi alla vera e propria interazione, siano ringalluzzenti, ma comportino il naturale rovescio della medaglia dato dall'inevitabile familiarità con gli universi videoluclici tout court.
Oltre quindi all'intrattenimento in sé, videogiocare significa necessariamente l'essere edotti sull'universo del Videogioco, col rischio che nel momento in cui si affronta una nuova esperienza, tutto ciò che prima si è vissuto, goduto e metabolizzato cospira adesso per il ridimensionamento dell'effetto novita, facendo insorgere nell'utente una fastidiosa eventualità: quella di sapere cosa aspettarsi, anticipando di fatto il gioco da affrontare.
È questo a fare da contrattare all'esperienza ormai archiviata: l'ingenerarsi della capacità di saper tracciare una probabile linea di sviluppo, con relativa probabilità di calo d'interesse, svalutazione e conseguente ricerca di stimoli altrove. [ignoto, da un punto di vista strettamente psicologico, e uno dei fattori che stimola e presiede all'interesse umano per la vita. Molto più facile invaghirsi di ciò che è misterioso rispetto a ciò che invece risplende alla luce del sole, crudo e svelato.
Proiettarsi verso ciò che stimola fantasia e curiosità mantiene lo spirito in una tensione positiva, attivata da tutto ciò che non si é in grado di anticipare.
Nel momento in cui ragione e calcolo assumono posizioni sistematiche e preponderanti, quando per intenderci siamo in grado di prefigurarci quel barile esplosivo che non appena voltato l'angolo ci aiuterà ad eliminare una trotta di nemici in arrivo (cosi come poi in genere accade), a quel punto c'è il rischio che il ludo-appeal subisca uno smottamento, un ridimensiona-mento generale, a tutto scapito della nostra cara e beneamata passione.
É forse questo uno dei motivi per cui, riguardo ai videogiochi, s'avverte la necessità di vivere belle storie, lasciandoci attraversare da pezzi di vita virtuale che per qualche ora sappiano accompagnarci nel cammino di quella reale.
Non è un caso che coloro che hanno acquistato l'ultimo Mass Effect lo abbiano fatto in primis per la storia, e non per le ormai trite meccaniche di shooting o per il suono ganzo dei servomotori della tuta di John Shepard.
E ancora non è un caso se l'accanimen-to critico dei videogiocatori per l'ultima fatica di Bioware si sia concentrato esclusivamente sul suo controverso finale. Forti di quanto detto sopra, ecco quindi che spuntano in rete certe stranezze, robe deliranti tipo giocatori che amano a tal punto le storie dei videogiochi da desiderare ad esempio che Sam Lake, lo scrittore dietro Max Payne e Alan Wake, non muoia mai.
E sufficiente cliccare all'indirizzo : www.ipetitions.com/petition/samlake4life/  per scoprire come qualche matto si sia preso la briga di mettere su una simpatica petizione online, da spedire presumibilmente al server del Creatore, nella quale viene fatto appello a tutti noi gioca-tori affinché venga apposta una firma che faccia si che Sam Lake possa non crepare mai.
Si tratta ovviamente di un gesto puramente goliardico, una buffa giggioneria messa su tanto per ridere, eppure in qualche modo fa riflettere: parliamo di giocatori che reclamano l'immortalità non per un game designer come può esserlo Shigeru Miyamoto, ma per un semplice autore che scrive "storielle" per i videogiochi.
Detto questo, io vado a firmare. Venite anche voi? 


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